SIMONE ZACCAGNINIVITÆ DRAWINGS MUSIC BLOG WORDS CONTACT |
|
INTERVIEW
”Exhibitionist and relational side of one’s identity are indistinguishable: you always be appearing to somebody” Simone, I do believe there’s always “someone else” to tell a story to and from which we are told a different one.
SIMONETTA ANGELINI: “You likely absorb reality into your work taking ownership of it through the medium of photography. What’s the connection between photography and your own work?” SIMONE ZACCAGNINI: “Photography as a form of language is strictly linked to my work for three main reasons. Firstly, I regularly take pictures, everyday, and everywhere I am: this allows me to have plenty of “ first impressions” of what I have seen, just like an archive of raw images. Second, there’s an ongoing reflection in my mind about the linkage found between photography and time, under different points of view. What makes me think the more is that photographic light also represents the mood, the “patina” of a specific era… (if you just glance at a TV serial frame you can identify whether it is from the forties, the fifties or from these days). This is to explain I’m interested in photographic light but not the one you can find in printed pictures, rather I’m looking for the light of the screen, the one coming from images shown on a computer, maybe found on the internet. I think that one is my own light too , it is a sign of the times. The third reason is that basically my work is a photography-refusal. I don’t care about freezing a moment or stop the time, this has something to do with death, with the idea that what used to be will never be again. In my opinion a good image means the very opposite of that: it is something unclosed which should maintain life dynamism, like an ongoing movement.” S. A.: “The use of black and white, the proximity, the multiple points of view in the scene, the art of painting as a meticulous handmade and the effect of movement actually seems to take fixity off your work. Ancients said “per-factum” meant refined to the point you cannot go further, completed and thus dead. Your works show a recover of subjective time – the one you cannot measure- of a unique point of view which is still not univocal, it’s like giving more choice to the glance, more details, more “secondary” things. I really like the idea of objects , gestures and places being out of focus in common life placed in focus by yourself. It’s like sharing a relationship. What kind of artistic reality are you comfortable to measure yourself with?” S. Z.: “My all work is a map of my life incorrect and accurate as it is. The voice that makes me its spokesman. I think art as an irreversible white magic, as out of language schemes, out of any rethorical association of ideas. A “jamais-vu”. An amnesia. A continuous recording of facts and experiences. Encode any received information. Recall archived information.” To watch out things without being filtered by what we know about them. Really” S. A.: «Ci sono delle amicizie così, nella vita, cose fatte di niente, bave di ragno, ricami di ghiaccio su un vetro”. “Il significato che salva la vita di ognuno dal mero succedersi degli eventi consiste in una determinata figura, consiste esattamente nel lasciarsi dietro una figura, ossia qualcosa in cui si possa scorgere l’unità del disegno nel raccontare la storia (…) la domanda “chi sono io”? (…) la risposta, come sanno tutti sta nel raccontare una storia. (…) Ma sono gli altri a raccontare la tua storia”» “These quotes are from a Simona Vinci’s novel and a Adriana Cavarero’s philosophical essay, these statements spontaneously came to my mind while studying your works. What is the importance of narration in your work?” S. Z.: Today I have been discussing exactly about this with Mauro (Bianchini). He considers my work a “drawing reportage”, as an investigation of my reality, my people,my places. I create a “focus” and some “hypotesis”, some “trajectories”, the sum of them create “constellations”. I think all of this being a private, cosmic , comic , ethic , epic , erotic , poetic , prophetic and eventually public thing. S. A.: You are meticulous in your work, committed to details as infinitesimal clues looking like traces. How do you place symbols in the composition? How would you explain them? S. Z.: My work is as meticulous as you can imagine the seconds composing a life to be… Then come “borders” and an area is made out of this “unfinished”, it becomes like a measurement unit, like metrics. The signs you see are not actual symbols , they are small recordings of close contingency or pieces of my mind, which maybe is not worth to “build on”, to “make born”… then also the idea of writing on such a meticulous work is a trigger, makes me feel at my ease, keeps out of my mind that image is going to finish…this way is like you have two levels… figure out a circle inscribed in another one with misaligned centers spinning at two different speed, two different weights…
DIFETTO DI NITIDEZZA
“L’identità personale postula sempre come necessario l’altro. Prima ancora che l’altro possa rendere tangibile l’identità raccontandone la storia, molti altri sono stati spettatori del costitutivo esporsi dell’identità medesima al loro sguardo” ( Adriana Cavarero, Tu che mi guardi, tu che mi racconti). La pareidolia (dal greco είδωλον, immagine, col prefisso παρά, simile) è l’illusione subcosciente che tende a ricondurre a forme note oggetti o profili (naturali o artificiali) dalla forma casuale. L’ identità in forma di storia al plurale. L’unità in forma di molteplicità. In forma di dettaglio; di sguardo nuovo posato sulle cose. In forma di minuscoli simboli metropolitani; in forma di microscopiche geometrie del disordine. Sui lembi di pelle esposta. Sugli artifici. Sulle città in movimento, che esistono solo “all’ombra delle palpebre abbassate”. Sulle apparizioni bianche e nere. Sulle intimità. Il lavoro artistico di Simone Zaccagnini, della fotografia, ha solo lo stare sui limiti, sulle soglie, l’evocare per assenza, per marginalità, per imprevisti. Solo il farsi traccia, l’inganno, l’equivoco che pone in discussione il soggetto e l’oggetto. L’instabilità, la sovraesposizione, la parzialità, il movimento, il trascorrere, l’estensione, la sfocatura, L’imperfezione. L’errore. Meticolosamente. E l’errore è il viaggio, il percorso. Della fotografia ha lo stato di frammento. “La conoscenza del mondo diventa dissoluzione della sua compattezza, percezione di ciò che è infinitamente minuto e mobile e leggero” scrive Calvino in una delle sue lezioni. La pittura, il disegno hanno uno sguardo. Esistono per dilatazione. Si sta come troppo vicino: perché da vicino si scorgono il dettaglio, la parola graffita quasi come farebbe un writer, tramutando quei non-luoghi che sono oggetti e corpi in memoria e microstoria, in indizio che misura un limite. Da vicino si spia la mobilità di un volto, il turbamento, l’odore delle cose, la consistenza pulviscolare e trascorrente della realtà. Da vicino si svelano i segreti e i ricordi, si scorge ciò che non somiglia. Da vicino si ordisce una mitologia segreta di simboli addosso, di minuti segnali metropolitani, di città che hanno memoria, confini, velocità, margini, distanze. Si percepisce lo sfasamento, lo spostamento. La città ha la sostanza labile di una costruzione per sovrapposizioni, per spostamenti, per invenzioni, per vuoti, per inversioni, per estraneità e appartenenza, per ritorni, per incontri, per possibilità. Si misura a ombre, a impronte, per artifici, per transiti. I percorsi, le mappature possono essere solo postume, solo parziali e sempre arbitrarie come le costellazioni che sono solo un apparente raggruppamento di stelle, come punti remoti nella sfera celeste. Entità esclusivamente prospettiche cui la moderna astronomia non riconosce alcun reale significato, poichè nello spazio le stelle che la costituiscono possono essere separate anche da distanze enormi, così come diverse possono essere le dimensioni e la luminosità. Possono non esistere più quelle stelle di cui scorgiamo la puntiforme luminosità come un’impronta di un passato trascorrente. Ma l’uomo eccelle nel trovare schemi regolari, nel formare zodiaco e destini. L’artista ordisce la sua pareidolia minima, le sue geometrie mobili e temporanee, le sue strategie per stare al mondo.
* * *
“Il carattere espositivo e quello relazionale dell’identità sono indistinguibili: si appare sempre a qualcuno” (Adriana Cavarero, Tu che mi guardi, tu che mi racconti). Simone, credo che ci sia sempre un “tu” cui raccontare e farsi raccontare, credo che la relazione tra un artista e chi lo cura, chi osserva criticamente il suo lavoro, debba essere un dialogo generatore di senso, partecipato, che i punti di vista critici e il processo artistico possano essere condivisi e discussi, moltiplicati costruttivamente. Mi piacerebbe raccontare insieme il nostro dialogo…qualcuno ci racconterà a noi stessi. SIMONETTA ANGELINI: Sembri acquisire la realtà al tuo lavoro appropriandotene attraverso il medium della fotografia. Che relazione ha il mezzo fotografico con il tuo lavoro? SIMONE ZACCAGNINI: La fotografia è un linguaggio molto legato al mio lavoro, per almeno tre ragioni. In primo luogo posso dirti che io scatto tantissime fotografie, tutte i giorni, di continuo, ovunque, a chiunque e in qualsiasi situazione: questo mi permette di avere moltissime “prime registrazioni” del “visto”, un archivio al primo stadio delle mie immagini. In secondo luogo, una delle riflessioni che da anni mi ossessiona, è che la fotografia è legata al tempo, sotto molteplici punti di vista. Quello che a me da più da riflettere è che la “luce fotografica” è anche il “mood”, la patina di un periodo, di un’epoca ben precisa… ( se guardi una telenovelas capisci subito se è degli anni quaranta, settanta, ottanta, novanta…o di adesso). Ti dico tutto questo perchè la luce che a me interessa è si quella della fotografia, ma non delle fotografie stampate su carta, bensì quella luce dei monitor, delle immagini viste al computer, su internet ! mi sembra che questa luce sia la mia luce, è “l’aria” del “mio tempo”. La terza ragione è che, in fondo in fondo, il mio lavoro è una negazione della fotografia. Non mi interessa catturare un attimo, fermare il tempo, perchè è qualcosa che ha a che vedere con il concetto della morte, di “ciò che è stato e non sarà mai più. Per me un’immagine significa esattamente il contrario: è un qualcosa di aperto che dovrebbe avere la dinamica della vita, del “divenire”. S. A.: Il bianco e nero, la prossimità, la soggettiva al plurale del taglio, la pittura stessa nel gesto del fare meticoloso, l’effetto di movimento sembrano proprio sottrarre alla fissità il tuo lavoro. gli antichi dicevano che per -factum significa compiuto fino al punto da non poter più porre niente di nuovo, terminato quindi…morto. I lavori hanno un moto di riappropriazione di un tempo soggettivo- quello che non si misura- di un punto di vista unico ma non univoco, è come dare possibilità allo sguardo, ai dettagli, alle cose “marginali”. mi piace molto l’idea degli oggetti, dei gesti, dei luoghi che nella quotidianità sono fuori fuoco e che invece tu metti al centro del fuoco. E’ creare una relazione condivisa. Quale è la realtà con cui ti piace misurarti artisticamente? S. Z.: Tutto il mio “fare” è una mappatura tanto inesatta quanto precisa del mio vissuto. La voce che mi fa portavoce. Credo che l’arte sia una magia bianca, irreversibile, che vive fuori dalle intelaiature del linguaggio, fuori dalle associazioni mentali retoriche. Un “jamais-vu”. Un’amnesia. Registrare di continuo eventi ed esperienze. Codificare le informazioni ricevute. Recuperare le informazioni archiviate. “Vedere senza essere filtrati da ciò che sappiamo riguardo alle cose. Davvero.” S. A.: ”Ci sono delle amicizie cosi, nella vita, cose fatte di niente, bave di ragno, ricami di ghiaccio su un vetro”. “Il significato che salva la vita di ognuno dal mero succedersi degli eventi consiste in una determinata figura, consiste esattamente nel lasciarsi dietro una figura, ossia qualcosa in cui si possa scorgere l’unità del disegno nel raccontare la storia (…) la domanda “chi sono io”? (…) la risposta, come sanno tutti sta nel raccontare una storia. (…) Ma sono gli altri a raccontare la tua storia” Queste frasi, rispettivamente di un romanzo di Simona Vinci e di una saggio filosofico di Adriana Cavarero mi sono venute in mente spontaneamente allo studio dei tuoi lavori. Cosa significa nel tuo lavoro il racconto, la microstoria? S. Z.: Stavo parlando esattamente di questo oggi con Mauro (Bianchini). Lui vede questo lavoro come un “drawing reportage”, ovvero una indagine sulla mia realtà, le mie persone, i miei luoghi. Io creo un “focus” e delle “ipotesi”, delle “traiettorie” che sommandosi, accalcandosi, formano esattamente delle “costellazioni”. Credo che tutto questo sia una faccenda privata, cosmica, comica, etica, epica, erotica, poetica, patetica, profetica ed, infine, pubblica. S. A.: Il tuo lavoro è meticoloso, si dedica ai dettagli come indizi infinitesimali che sembrano tracce. Come entrano i simboli nella composizione?Come intendi i tuoi i simboli? S. Z.: Il mio lavoro è meticoloso nella misura nella quale puoi immaginare di quanti secondi è composta una vita… Poi vengono i “confini” e di tutto questo “non finito” si crea un’area, una misura, una metrica. i segni che tu vedi non sono dei simboli veri e propri. Sono piccole registrazioni di contingenze vicine, di frammenti di pensieri, che forse non vale la pena di “costruire”, di far “nascere”… e poi l’idea di scrivere su un lavoro così meticoloso è una molla, mi solleva, mi alleggerisce dall’idea che quell’immagine stia per finire…. in questo modo è come avere due livelli… immagina un cerchio iscritto in un altro cerchio con il centro sfalsato e due velocità diverse, due pesi diversi… |
|